Il nostro scenario di riferimento

L’indebitamento di Stato[1], famiglie ed imprese continua a salire, la liquidità cresce ma non circola, i Paesi emergenti rallentano, i prezzi delle materie prime sono crollate, c’è deflazione nei Paesi economicamente sviluppati, ecc.  Siamo al termine di un ciclo economico deflattivo. Stiamo subendo gli effetti della globalizzazione: chi ha know how per produrre, lo può fare  dove è più conveniente. Il sistema produttivo si concentra in pochissime mani che necessitano di sempre meno lavoro. Pertanto la disoccupazione  è  destinata ad aumentare [2], il lavoro si concentra, parendo difficile suddividerlo, con squilibri sociali in aumento. Gli Stati continuano ad indebitarsi proprio per contrastare questi squilibri avvalendosi delle banche centrali con il plauso delle grandi aziende interessate ad alimentare questo squilibrio. Per effetto della concorrenza globale gli utili aziendali si riducono [3]

In questo panorama necessita seguire alcuni macro trend: invecchiamento delle persone [4],  sanità (specie nei Paesi più ricchi mentre nei Paesi emergenti le altre produzioni saranno più competitive), l’estremo lusso legato al soddisfacimento del piacere di pochi e la valorizzazione del centro delle megalopoli legato all’urbanizzazione.

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[1] Bill Gross a gennaio 2016 evidenzia come  in Usa il debito federale è uguale al Pil ma la somma del debito sanitario con la previdenza sociale è di 400% il Pil

[2] Morgan Stanley (23 ott. 2015) evidenza tre canali deflazionistici: 1) l’automazione aumenta la produttività e fa calare i costi di produzione; 2) l’e-commerce accresce la concorrenza ed abbassa i prezzi; 3) la computerizzazione mette a rischio molti lavori (nei prossimi 20 anni perderà il proprio posto il 98% di chi opera negli uffici crediti, il 96% dei receptionisti, il 94% degli assistenti legali, ecc.). 

Secondo Moody’s nei prossimi 15 anni l la popolazione mondiale in età lavorativa si dimezzerà  per effetto dell’invecchiamento e quindi caleranno i consumi.

[3] Secondo McKinsey (Sole 24 Ore  21 sett. 2015) dopo 30 anni di crescita ininterrotta dei profitti, il fatturato crescerà ma gli utili molto meno (soprattutto in occidente). McKinsey prevede che per il 2025 la somma degli utili netti varrà solo il 7,9% del PIL mondiale contro il 9,8% del 2013. Si ritorna a 30 anni indietro quando questa percentuale era il 7,6%. Le regole del gioco cambiano per effetto dell’avanzata delle imprese dei Paesi emergenti che tolgono il vantaggio competitivo che hanno avuto le multinazionali statunitensi ed europee. Inoltre, in alcuni Paesi come la Cina, le aziende sono statali e possono permettersi dei ritorni a lungo termine. Gli emergenti, in 30 anni, hanno aumentato il giro d’affari dal 20% al 40% del PIL mondiale.

[4] Scenari finanziari: Solo alcuni Paesi europei vedranno un aumento sostanziale del tasso di dipendenza tra il 2020 e il 2030.  In Germania, per esempio, questo passerà da poco meno del 36% ad oltre il 47%. Tale drastico aumento del numero di anziani avrà un effetto drammatico su tutto, e questo è solo all’inizio. Nel mondo delle economie sviluppate, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono quei Paesi che soffriranno di meno per quanto riguarda l’invecchiamento della popolazione. Solo i Paesi che fanno parte dei mercati emergenti sono quelli in posizione migliore, ma non si pensi che le cose siano così positive per la Cina. In realtà essa  si trova in una condizione peggiore, sia rispetto al Regno Unito che agli Stati Uniti. Non acquistate azioni sul mercato cinese pensando che la demografia per questa nazione non sia un problema. La demografia rappresenta la più importante tendenza strutturale che ci troviamo ad affrontare oggi giorno, con un enorme impatto su tutto, sulla crescita economica, sui tassi di interesse, sul debito pubblico, sui mercati azionari, ecc. ecc. Una delle ripercussioni più importanti si avrà sul nostro sistema pensionistico   che difficilmente potrà garantire alle future generazioni la  pensione oggi   promessa. Questa dinamica, probabilmente, fa sì che i tassi di interesse rimangano relativamente bassi per molto più tempo di quanto chiunque si possa aspettare.

 

SINTESI DEI CONTI DELLO STATO 2016

62 milioni di abitanti, 2.300 milioni di € il debito pubblico (pari al 133% del PIL): 37 mila € a testa.

L’indebitamento mondiale è molto elevato anche all’estero: Giappone 226%, Grecia 175, Portogallo 128, Spagna 94,Germania 80, USA 72%, ecc.

Il patrimonio medio di ciascuno italiano è mediamente 5 volte superiore al proprio debito pubblico. Dunque ogni italiano ha un patrimonio pari 6 volte al proprio PIL (5 volte al netto del debito dello Stato). 2/3 di questo patrimonio è in immobili (60% prima abitazione, 14% a disposizione, 9% locate e 15% altro).

Dunque l’Italia è povera ma gli italiani sono ricchi e la ricchezza è abbastanza ben distribuita (il 74% degli italiani possiede l’abitazione principale, per una media pro capite di 62 mq per 1597 euro/mq.

Questa situazione è in peggioramento considerato che nel 2010 le famiglie italiane avevano una ricchezza netta pari a 8 volte il proprio PIL.

In questa analisi non è stato considerata la previdenza: cioè quanto i giovani dovrebbero pagare agli anziani. In questo caso la situazione è decisamente sbilanciata a sfavore dei giovani anche considerato che si parla di numeri pari a 10 volte il Pil.

In pratica:

  • un italiano medio ha €150.000 (€187.000 meno €37.000 che deve allo Stato) dei quali €100.000 investiti in immobili (2/3 relativi alla prima casa).
  • una famiglia media di 3 persone vive in un’abitazione di proprietà dei genitori di €300.000 con €100.000 in banca; i genitori, pensionati o in attesa di diventarlo, si illudono che il figlio (la famiglia media ha 1,4 figli) versi contributi per finanziare le loro pensioni;
  • purtroppo la situazione si deteriora velocemente in quanto il valore degli asset immobiliari diminuisce velocemente contestualmente ad una contrazione del PIL e ad una erosione dei risparmi.

Pesano in misura pazzesca gli interessi sul debito pubblico che nel 2010 ammontavano a 71 miliardi e supereranno i 109 miliardi nel 2017. Tali interessi equivalgono al 63% della spesa sanitaria del 2010 e al 91% della medesima nel 2017. Ciò equivale al fatto che gli interessi hanno assorbito il 31% delle imposte dirette del 2010 e assorbiranno il 41% delle medesime nel 2017.

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Questa situazione proseguirà per poi esplodere. Il problema è che nessuno sa quando questa esplosione accadrà.

Nel mentre Leaders vi aiuterà a decidere come posizionarvi (dove lavorare, dove investire, ecc.).